Fragili, immensi, ricchi di risorse. Come gli oceani

Il World oceans day è stato istituito nel ’92 durante l’Earth summit di Rio de Janeiro e si celebra ogni anno l’8 giugno. Come difendere un ecosistema prezioso e delicato

Coprono tre quarti della superficie planetaria, garantiscono il sostentamento a tre miliardi di persone grazie alla biodiversità marina e costiera che contengono. Valgono il 5% del Pil globale, in termini assoluti tremila miliardi di dollari l’anno grazie al contributo delle industrie marine. Sono soltanto alcuni dei numeri che descrivono, secondo le Nazioni Unite, l’importanza degli Oceani: le grandi distese d’acqua alle quali si dedica ogni anno, l’8 giugno, una grande giornata globale, il World Oceans Day, istituito nel ’92 durante l’Earth summit di Rio de Janeiro.

 

 

Il ruolo di questi immensi ambienti naturali d’altro canto è fondamentale: contengono circa 200.000 specie ma in realtà, visto che non tutte sono state identificate, la cifra reale potrebbe prevedere almeno uno zero in più. Anche negli equilibri del clima gli oceani giocano una funzione importantissima visto che assorbono quasi un terzo della CO2 prodotta dalla specie umana. Eppure sono minacciati da molti fattori, basti pensare che il 40% di questi meravigliosi scrigni di natura è esposto all’inquinamento, all’esaurimento delle riserve ittiche e alla perdita di habitat naturali lungo le coste. Sono i sussidi per la pesca, sempre secondo l’Onu, a provocare il rapido esaurimento di numerose specie di pesce impedendo azioni tese a ripristinare le riserve globali e portando inoltre alle industrie ittiche 50 miliardi di dollari l’anno in meno rispetto al potenziale.

Come difendere questo ambiente? Il World oceans day punta propria a costruire una cultura degli oceani e l’obiettivo 14 dell’Onu per il millennio li esplicita con chiarezza. Eccone alcuni: regolare entro il 2020 in modo efficace la pesca e porre termine alla pesca eccessiva, illegale, non dichiarata e non regolamentata e ai metodi di pesca distruttive, preservare entro la stessa data almeno il 10% delle aree costiere e marine, in conformità al diritto nazionale e internazionale e basandosi sulle informazioni scientifiche disponibili più accurate, aumentare entro il 2013 i benefici economici dei piccoli stati insulari in via di sviluppo e dei paesi meno sviluppati, facendo ricorso a un utilizzo più sostenibile delle risorse marine, compresa la gestione sostenibile della pesca, dell’acquacoltura e del turismo. E ancora: fornire l’accesso ai piccoli pescatori artigianali alle risorse e ai mercati marini, potenziare l’utilizzo sostenibile degli oceani e delle loro risorse applicando il diritto internazionale, come riportato nella Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, che fornisce il quadro legale per la conservazione e per l’utilizzo sostenibile degli oceani e delle loro risorse (paragrafo 158 de “Il futuro che vogliamo”).


Ma la priorità, sottolinea l’Onu, sta innanzitutto nel ridurre la plastica gettata in mare, circa 1,09 milioni di chili ogni ora, 8,8 milioni di tonnellate ogni anno. A pagarne le conseguenze sono innanzitutto gli animali marini che ingeriscono gli shopper pensando che siano prede, come accade anche alla tartaruga Caretta caretta nel Mediterraneo che li scambia per meduse. I frammenti della plastica vengono ingeriti inoltre anche dai pesci e finiscono così nella catena alimentare giungendo fino all’uomo. Il problema è diffuso in tutto il mondo, secondo il World economic forum soltanto Cina, Filippine, Thailandia, Vietnam e Indonesia sono responsabili per il 60% della plastica che finisce annualmente negli oceani. Se non ci sarà un deciso cambio di rotta entro il 2050, sostiene la stessa organizzazione, negli oceani ci sarà più plastica che pesci. E già oggi per ogni miglio quadrato di mare galleggiano 46.000 pezzi di plastica.

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