Abbiamo intervistato Sara Segantin vincitrice del premio DonnAmbiente 2024. Il Premio DonnAmbiente, ideato da Leonardo D’Imporzano e giunto alla sua sesta edizione, è un riconoscimento dedicato alle donne che si distinguono nella divulgazione e nella difesa delle tematiche ambientali. Assegnato annualmente da 5 Terre Academy, premia figure femminili che, attraverso il loro lavoro, contribuiscono a diffondere consapevolezza ecologica e a promuovere un cambiamento positivo nella società.
Penso che il messaggio più importante della nostra chiacchierata sia: “La crisi climatica è inseparabile dalla giustizia politica. Le vere soluzioni nascono dove si costruisce comunità e si resiste in modo non violento.”
Ecco per voi un estratto dell’intervista!
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PA: Nel 2024 hai ricevuto il premio DonnAmbiente. Come ha influenzato questo riconoscimento il tuo impegno nella sensibilizzazione ambientale?
SS: “Sicuramente è stato apprezzato e importante. Un’altra occasione per raccontare, sentire e ascoltare storie. Un modo di vedere che c’è una comunità che cerca di riconoscere le questioni ambientali. Una cosa importante per me in un contesto geopolitico sempre più complesso che non lascia ben sperare. Essere parte di una rete ti dà la forza di andare avanti e lottare. Ti da nuove energie. In ogni luogo in cui vado cerco di portare una testimonianza delle voci che ho sentito e ascoltato e che vorrei avessero più spazio“.
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PA: Hai partecipato a numerose iniziative internazionali legate al clima. Quali differenze hai riscontrato nell’approccio alla crisi climatica tra i vari paesi che hai visitato?
SS: “La parte che mi piace di più è vivere con le persone, immergermi nelle loro realtà quotidiane. In Madagascar, tra ciò che resta della foresta, ho incontrato comunità minuscole che spesso non sanno nemmeno di vivere su un’isola, ma che ogni giorno lottano per trovare acqua, cibo e per difendere ciò che resta del loro ambiente. Lì la crisi climatica non è un concetto astratto, ma una condizione di vita.
Ho vissuto con le comunità indigene di Panama, in Alaska e in altre parti del mondo, e ciò che mi ha colpito di più è il loro approccio esistenziale. Per loro non esiste separazione tra essere umano e natura: un fiume, una montagna, un animale non sono entità esterne, ma parte della loro identità. Questo modello di vita è una delle chiavi per affrontare la crisi climatica e per ripensare il nostro rapporto con il pianeta. Eppure, stiamo distruggendo queste culture e la loro possibilità di offrirci un’alternativa.
Circa il 80% della biodiversità terrestre globale si trova nei territori abitati e gestiti da popolazioni indigene. Ciò indica che queste comunità svolgono un ruolo fondamentale nella conservazione della biodiversità. Inoltre, numerose ricerche dimostrano che i modelli di gestione delle popolazioni indigene contribuiscono in modo significativo alla tutela degli ecosistemi. Il loro modo di resistere pacificamente dovrebbe essere un esempio per tutti. Ho visto cittadini di Panama riuscire a bloccare miniere dannose grazie a una sentenza della Corte Suprema. Ho visto comunità educarsi per difendersi, e ho capito che arrendersi è un privilegio che molte di queste persone non possono permettersi.
Al contrario, in molti paesi autoritari, come il Nicaragua, non esiste la possibilità di protestare: lì gli attivisti marciscono in carcere mentre ai vertici si parla di sostenibilità. Anche in paesi considerati democratici, le stesse nazioni che si presentano come leader della transizione ecologica portano avanti politiche di espansione e sfruttamento.
La crisi climatica è inseparabile dalla giustizia politica. Le soluzioni funzionano dove esiste una comunità coesa, dove si riesce a fare squadra e dove si adotta un modello esistenziale diverso da quello consumistico occidentale. Dovremmo imparare da chi vive in equilibrio con l’ambiente da secoli, piuttosto che imporre soluzioni calate dall’alto“.
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Scrive per noi

- Laureata in biologia marina e gestione degli ecosistemi marini costieri, con un dottorato in ecologia e biodiversità del plankton marino. Dopo anni dietro un pc ad analizzare dati, ha deciso di specializzarsi in comunicazione scientifica, perché pensa che la ricerca sia inutile se non è accessibile a tutti. Ha recentemente aperto la sua azienda “The Eco Odyssey” perché crede che la comunicazione e l’educazione ambientale siano fondamentali, in questo momento di transizione ecologica. La sua passione è il mare e vuole condividerla con le persone, educando alla conservazione marina, a vivere e viaggiare consapevolmente e rispettando la natura.
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