Due metri. Di mare in più

Che cosa succederebbe se un giorno il livello dei mari aumentasse di due metri? Ci sono 30 milioni di chilometri cubi di acqua allo stato solido, immobilizzata nelle zone polari e nelle montagne, pronti a fondersi. Ma anche il sollevamento del livello del mare di poche decine di centimetri provocherebbe danni elevatissimi. Preoccuparsi oggi e guardare “lontano”.
“Due metri”, questo lo strano titolo di un articolo che parla del possibile innalzamento, di due metri, appunto, del livello dei mari in seguito al riscaldamento dell’intero pianeta Terra.
Il dibattito sul riscaldamento globale interessa tanti soggetti:
– gli scienziati che misurano le variazioni del clima e soprattutto la temperatura in varie parti della Terra nelle varie stagioni;
– gli ecologi che studiano l’effetto delle variazioni della temperatura sui cicli vitali delle piante e degli animali;
– i chimici che studiano la natura dei gas (li chiamano gas “serra”) che vengono immessi nell’atmosfera e che influenzano, proprio come avviene nelle serre, il flusso di energia solare che arriva e che esce dalla Terra;
– i merceologi che studiano da quali fonti (industrie, agricoltura, trasporti, abitazioni) vengono l’anidride carbonica, il metano, gli ossidi di azoto, eccetera, che si comportano come gas serra; gli economisti che calcolano gli eventuali costi e benefici, in soldi, del riscaldamento globale;
– i governanti che si trascinano da una conferenza internazionale all’altra per cercare di capire quali leggi proporre nei loro paesi per attenuare i danni (allagamenti, siccità, eccetera) provocati da un clima sempre meno prevedibile e sempre più irregolare;
– le compagnie di assicurazioni che offrono assicurazioni contro i danni delle bizzarrie climatiche.
E poi ci sono i negazionisti…
Ci sono poi studiosi e opinionisti che scrivono libri e tengono conferenze per dimostrare che non è vero niente, che il riscaldamento globale non esiste e che se esiste non è dovuto alle attività umane e che non è proprio necessario diminuire il consumo di petrolio o carbone e che comunque si possono inventare altre tecnologie che non alterano il clima presente e futuro.
Sta di fatto che molti segni indicano chiaramente che esistono alterazioni dei cicli biogeochimici del pianeta interpretabili soltanto con un aumento della temperatura “media” della Terra; è importante sottolineare che si parla non della temperatura di ieri o di quest’estate a Bari o a Stoccolma, ma della temperatura del pianeta nel suo insieme, un valore che, da millenni, oscilla intorno a circa 15 gradi Celsius.
Nel corso della lunga storia della Terra, molti milioni di secoli, tale temperatura è diminuita di qualche grado, nei periodi glaciali, o aumentata un poco, sempre a causa delle alterazioni della composizione chimica dell’atmosfera. Lo si vede dallo studio dei depositi marini e dei fossili terrestri. Cambiamenti però lentissimi, che si manifestavano nel corso di millenni.

Mutamenti in tempi brevi
Oggi siamo preoccupati perché simili mutamenti, verso il caldo, si stanno verificando in tempi brevi, nel corso di decenni; un aumento di velocità dovuto al rapido sviluppo delle industrie, al crescente consumo di fonti di energia, ai mutamenti delle coltivazioni agricole.
Una delle più vistose conseguenze del riscaldamento del pianeta è rappresentato dalla fusione di parte dei ghiacciai, quei giganteschi depositi di acqua solida, 30 milioni di chilometri cubi, immobilizzata nelle zone polari e nelle alte montagne; con la fusione l’acqua passa dallo stato solido allo stato liquido e scorre attraverso le valli e le pianure e torna al mare il cui volume aumenta e di conseguenza aumenta anche il livello dei mari e degli oceani; gli studiosi tengono sotto controllo (oggi si può farlo con i satelliti artificiali) la superficie e il volume dei ghiacci e ne stanno osservando, da alcuni decenni, la lenta graduale diminuzione.
Non è facile misurare esattamente il livello dei mari, ma le misure fatte in molte parti del pianeta e con diversi strumenti indicano un aumento del livello dei mari intorno a due o tre millimetri all’anno, quasi impercettibile, ma continuo. Il fenomeno sta già preoccupando le isole che vedono lentamente sommergere le loro spiagge; per le isole turistiche questo significa la perdita di clienti che spesso sono l’unica fonte di reddito; le isole costituite da atolli, con una altezza massima sul mare di pochi metri, rischiano di perdere una parte della loro intera superficie.

La vista corta dei governi
Che cosa succederebbe se un giorno il livello dei mari aumentasse davvero di due metri? Questo, per ora improbabile scenario, è stato studiato nell’articolo di cui parlavo all’inizio. Molte strade di Bari, Napoli, Genova, Ravenna, New York, e di tante altre città costiere sarebbero invase dall’acqua del mare; l’acqua marina salina andrebbe a miscelarsi con le acque dolci sotterranee che non sarebbero più adatte per l’irrigazione.
Ma anche il sollevamento del livello del mare di poche diecine di centimetri provocherebbe danni economici elevatissimi, evitabili soltanto con drastici e costosissimi provvedimenti di difesa a cui oggi nessuno pensa perché il fenomeno procede inesorabile, ma lentissimo.
Nessun governo si preoccupa di quello che potrebbe succedere dopo i cinque anni in cui è in carica, sapendo che in tale periodo l’aumento del livello del mare sarebbe di “appena” uno o due centimetri.
Considerare, “oggi”, quello che potrebbe succedere se il livello dei mari aumentasse, non dico di “due metri”, ma anche soltanto di mezzo metro, è un invito a guardare “lontano”, a un pianeta in cui vivranno i nostri nipoti e pronipoti i quali potrebbero rimproverarci per non aver preso in tempo provvedimenti per evitare eventi di cui abbiamo già i segni.
Albert Schweitzer, premio Nobel per la pace, scrisse che «l’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire; finirà per perdere la Terra», la sua unica casa nello spazio.
Se cominciassimo già adesso a pensare al futuro?

Scrive per noi

Giorgio Nebbia
Giorgio Nebbia
Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti.

Giorgio Nebbia

Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti.

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