Comunicazione, servizi ecosistemici marini, supporto alle aziende ed un’idea di futuro che punta su sostenibilità e consapevolezza. Luca Barani racconta come la sua passione per l’ambiente sia stata una costante e lo abbia spinto a fondare Sea the Change.
IL PIANETA AZZURRO: Ben ritrovato Luca, ancora complimenti per il Blue Prize! Vorremmo presentarti ai nostri lettori, partendo dalla realtà che hai co-fondato, Sea the Change…
LUCA BARANI: “Tutto comincia durante il periodo del covid; avevo appena conseguito la laurea magistrale ma il mercato era ovviamente chiuso. Anche i miei amici (Alberto Carpanese e Francesco Suzzi), poi divenuti co-fondatori e soci, si trovavano in un’assoluta situazione di stallo. All’epoca facevo l’educatore in una piccola associazione di Rimini e avevo la voglia di lavorare di più in ambito ambientale, così, durante un pranzo (sorride e aggiunge: anzi, alla fine, aiutati dal ristoratore che intuisce il nostro ‘momento’ e ci lascia discutere mentre chiude il locale e ci lascia una bottiglia di amaro) che mi viene l’idea di mettere il potenziale dei servizi ecosistemici marini al centro di un nuovo progetto. Da lì, cominciamo a dare vita a Sea the change, che nasce ufficialmente a fine 2021, dopo essere stati selezionati per un percorso di accelerazione europeo, con Climate-KIC. Inizialmente volevamo lavorare principalmente in ambito turistico, fornendo ai viaggiatori una sorta di app che permettesse di donare ad associazioni locali legate al mare. Un’idea idea bella ma poco funzionale, troppo costosa e con difficoltà forse anche ad essere adeguatamente compresa. Andiamo comunque avanti, partecipando a competizioni e programmi di accelerazione: uno con l’MIT di Boston, però fatto a Venezia, un altro con Google. È così che arriviamo a rimodulare Sea the Change per farlo aderire ai bisogni delle aziende, arrivando a quello che è oggi: forniamo gli strumenti per costruire ed integrare i bilanci di sostenibilità con focus su tutela dei mari e partner locali”.

Sul palco di Eudi Show 2026, Luca Barani (a dx) riceve il Blue Prize. Con lui l’autore dell’opera, Massimo Marchiori (in arte Stari Ribar)
PA: Un’attività del genere sicuramente ha bisogno di tanta comunicazione, sia per farsi conoscere che per dialogare con i partner e con il pubblico. Come valuti la situazione in generale e per Sea the change in particolare?
LB: “A livello di comunicazione abbiamo molto lavoro da fare e terreno da recuperare rispetto ad altri paesi. Non voglio sembrare troppo pessimista ma, a livello culturale, le prime battaglie sono già perse. Fino a qualche anno fa, la sostenibilità e l’ambiente erano super partes, tematiche approvate e accettate da tutti. Senza tirare per forza in ballo la politica e rimanendo in ambito strettamente di comunicazione, oggi vediamo diversi enti mettere in discussione queste tematiche che ritenevamo realtà scolpite sulla pietra. Una specie di revisionismo che ha riaperto il “dibattito” sul valore della scienza, sul valore dei dati ed anche sull’importanza della comunicazione ambientale. Questo deve farci riflettere: chi lavora in questo ambito deve dimostrare responsabilità. In uno scenario del genere diventa ancora più doveroso -e ambizioso- riuscire a parlare di queste tematiche anche alle persone comuni. Ed è quello che, nel nostro piccolo, sia io come persona che con anche Sea The Change cerchiamo di fare. Recentemente, per esempio, abbiamo rilasciato il primo episodio pilota di un podcast, “Chiacchiere di mare”, realizzato insieme a Massimo (Marchiori, Stari Ribar ndr) che ha l’ambizione di portare le tematiche legate al mare a tutti”.
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Scrive per noi

- Laureato in diritto ambientale, si è presto convinto che le sfide ecologiche non si vincono nei tribunali. Collabora con l’Istituto Scholè dal 2014 e dal 2017 è inviato di Pianeta Azzurro per il quale gestisce anche contenuti online e la comunicazione social media. Crede nell’intelligenza delle persone e che la buona comunicazione serva a risvegliarne la consapevolezza per cambiare il mondo.
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