Considerazioni contemporanee sul maltempo

Quest’oblò non può che essere dedicato a Genova, la città – così la si potrebbe definire per quanto è successo – “martire dell’acqua”. A

Quest’oblò non può che essere dedicato a Genova, la città – così la si potrebbe definire per quanto è successo – “martire dell’acqua”. A decidere di parlare di Genova sono stato indotto da una fotografia in particolare. Non si è trattato di una delle tragiche immagini delle vie spazzate dall’acqua del Bisagno e degli altri torrenti che attraversano il capoluogo ligure bensì di uno scatto che mostrava una serie di auto infangate, sconquassate e accumulate in uno spiazzo. Questa foto mi ha fatto tornare in mente uno scatto analogo del 1970 quando tra il 7 e l’8 ottobre caddero su Genova 948 mm d’acqua in 24 ore con conseguenze catastrofiche. Ebbene, allora le tante macchine distrutte dalla furia delle acque furono utilizzate per realizzare una barriera sottomarina affondandole al largo di Varazze. All’epoca frequentavo ancora il liceo, e anche se avevo una certa qual intenzione di occuparmi di mare non sapevo che sarei diventato a tutti gli effetti un biologo marino e avrei avuto modo di vedere e toccare con mano i risultati di quell’esperimento, un esperimento che oggi non si potrebbe certo ripetere almeno con le modalità di allora. Eppure, a modo suo, si trattò di un esperimento importante che da lì a poco avrebbe dato il via a una vivace stagione tutta italiana di studi, ricerche e progetti riguardanti la realizzazione di barriere sottomarine artificiali, esperienze di cui si nota un certo risveglio se si pensa all’idea, vincente per molti esperti ma non, a quanto pare, per il nostro Ministero per l’Ambiente, di trasformare in oasi biologica le strutture d’acciaio subacquee realizzate per il recupero della Costa Concordia a proposito della quale avevo scritto, in un OBLO’ del 2012, che se fosse affondata avrebbe fatto la fortuna del Giglio attirando plotoni di subacquei da tutto il mondo per tutti gli anni a venire.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi che cosa abbiano a che fare auto, barriere artificiali sommerse ecc. La risposta è presto data. Da quando vennero affondate le auto distrutte dall’alluvione del 1970 io sono cambiato e ho imparato qualche cosa, la biologia marina ha fatto passi avanti scoprendo che le barriere artificiali non si fanno affondando semplicemente carcasse di auto e gli scienziati, è storia recentissima, sono riusciti a spedire una sonda su una cometa raggiunta nel punto voluto dopo dieci anni di viaggio nello spazio. L’uomo può imparare, pianificare e realizzare imprese quasi impossibili e allora perché Genova è ancora in balia dei suoi fiumi? Non prendiamocela con la natura o con l’acqua, che cade con ritmi ormai da monsone tropicale, bensì con chi dovrebbe decidere e assumersi la responsabilità di agire nell’interesse di un bene comune che si chiama ambiente e che comincia da casa nostra per estendersi a tutto il pianeta. E a proposito di acqua come non trovare ancora attuali le parole usate da Indro Montanelli (il nome dice ancora qualcosa a qualcuno?) in uno dei suoi articoli dedicati a Venezia e scritti nel novembre 1968: “Si prenda esempio dalla Serenissima che da sola e coi poveri mezzi di allora, per sette secoli, seppe salvare Venezia dalla doppia insidia del mare e della terra. Anch’essa aveva il suo alto commissario. Si chiamava Magistrato delle Acque. Era il secondo personaggio della Repubblica, e la sua parola per quanto riguardava la laguna, cioè la vita di Venezia, faceva legge. Ma il Doge nell’investirlo di questi supremi compiti, lo presentava al popolo con queste parole: Pesatelo, pagatelo e, se sbaglia, impiccatelo”. Senza arrivare a simili barbari estremi (basterebbe un licenziamento in tronco senza buonuscita o altre prebende e la rifusione dei danni provocati), bisogna davvero cominciare ad agire per evitare che i disastri si ripetano come fotocopie anno dopo anno. In fondo, se l’acqua fa l’acqua perché quello è il suo compito, perché non pretendere altrettanto da chi ha l’incarico di fare?  Shakespeare in “Come vi piace” scrisse “Tutto il mondo è un teatro/e tutti gli uomini e le donne non sono altro che attori”, ma gli attori possono anche prendere dannatamente sul serio la loro parte e allora facciamo davvero la “nostra parte”. E questo è ancora più urgente perché non vorrei che avesse ragione il prof. Ferdinando Boero, uno di quelli che non correrebbero certo il rischio di essere impiccati a Venezia, quando scrive “noi che ci occupiamo di ambiente stiamo passando dalla denuncia, alla rabbia, alla rassegnazione”. 

Angelo Mojetta

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