Una speranza dal mare

Anni fa era abbastanza comune leggere frasi come “Il futuro dell’umanità è nascosto negli oceani” oppure “Il mare salverà l’uomo”. Erano frasi piene di speranza, che abbinavano la fiducia nel progresso della scienza e nella credenza che il mare fosse una cornucopia quasi inesauribile. Oggi la scienza, che di per sé è sempre un progredire, non sempre è alleata dell’uomo e il mare è oggetto di sfruttamento nonostante gli accordi per una pesca sostenibile, le convenzioni per la protezione dell’ambiente, le

decine di autorità e commissioni impegnate a dibattere e a cercare accordi su cosa, come e quanto pescare o estrarre dal fondo oceanico.  Eppure il mare resta una grande speranza non solo per la potenzialità delle sue risorse, tante delle quali sono ancora da scoprire, ma per il suo essere ponte tra i popoli, elemento unificatore e di comunicazione come si sta delineando anche nell’ambito dell’imminente WEEC (World Environmental Education Congress), il convegno mondiale sull’educazione ambientale che si terrà a Torino dal 2 al 6 ottobre p.v. per iniziativa dell’Istituto Scholé Futuro, editore di questi oblò sul Pianeta Azzurro, e che avrà come tema i rapporti tra educazione e sostenibilità.
Quanto il mare possa essere visto come speranza, e non un elemento colpevole di disastri, come è recentemente accaduto e come avviene in occasione di naufragi e altre sciagure, diventa ancora più tangibile quando assistiamo allo spettacolo delle carrette che trasportano i disperati dalla Libia o dalla Tunisia o da Malta o alla notizia dei gommoni che giungono dall’Albania e scompaiono al largo delle nostre coste adriatiche. Il mare per chi è trasportato in modo così inumano e purtroppo anche a prezzo della sua vita, il nostro Mediterraneo è la porta della speranza per chi ha perso o ha rinunciato a tutto per colpa di altri uomini e cerca un domani migliore. Forse il nostro Mediterraneo dovrebbe essere gestito in nome della “mediterraneità”, un concetto un tempo molto forte, in cui si riconoscevano tutti i popoli delle sue coste che condividevano, in passato, usi e abitudini comuni che si sintetizzano in poche, antichissime parole: olio, vino, pesce. Ma probabilmente le lenti di quest’oblò sono di vetro troppo spesso e costringono chi scrive a immaginarsi cosa c’è al di là e a credere che esistano ancora uomini di buona volontà pronti a incontrarsi o che possa nascere un giorno un Gandhi mediterraneo o un nuovo san Francesco il quale non a caso giunse al cospetto non solo del Papa, ma anche del sultano Saladino, rappresentanti di due mondo contrapposti, ma riuniti da un uomo. Dialogare è forse più necessario che navigare e ad ottobre a Torino si dimostrerà quanto ciò sia vero e utile.

Numero 9 – Giugno 2005, di Angelo Mojetta

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